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Ho la fortuna di essere un po’ parroco e un po’ sacrestano e di alzarmi presto ogni giorno, perché c’è una chiesa da aprire ed è bene non tardare. Le mie prime parole le dico di fronte al Santissimo e considerato che non c’è nessuno ancora in giro, posso utilizzare anche il suono della mia voce.
A volte intuisco una risposta alla mia preghiera, in altri casi solo un benefico silenzio che non è vuoto, ma presenza.
È il Signore ed è lì ad attendermi e tanto può bastare.
Posso essere stanco, a volte nervoso, preoccupato o deluso, ma so bene che il mio primo dovere è quello di prepararmi alla celebrazione dell’Eucaristia e chiedo la forza di poterlo fare nella piena consapevolezza del dono che ho ricevuto.
Ogni giorno, feriale o festivo, inizia così e poco importa se ci saranno due persone oppure quindici: quel pane e quel vino diventeranno il Corpo e il Sangue del Signore Gesù indipendentemente dalle condizioni e dalle circostanze in cui mi trovo. Se agisco con l’intenzione di fare quello che la Chiesa mi chiede, Il Signore sarà presente sull’altare.
Non potrei vivere di “sola parola” e se non credessi alla Presenza Reale del Cristo tutto mi sembrerebbe inutile, privo di senso e di una qualunque consistenza.
È il Signore e ogni giorno si lascia riconoscere alla frazione del pane e come i discepoli di Emmaus, avverto il desiderio di condividere il mistero di una Vita che neanche la morte ha potuto inghiottire.
È il Signore e il mio compito più importante è di renderlo presente e visibile per quanti contemplano la Sua presenza con uno sguardo di fede e d’amore.
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