martedì, 9 febbraio, 2010, 08:17
Forse oggi, se avessi qualche decennio in meno, sarei considerato un "emo" anch'io. Un insegnante tra i tanti che ho avuto, ripeterebbe a mia madre che sono troppo emotivo, che arrossisco alla minima osservazione e che il mio sguardo si perde in un imprecisato altrove.
Forse, cercherei in un vestito, la sicurezza dei miei gesti e, chiederei a una matita nera tracciata sul volto, le parole che non riesco a dire.
Forse, cercherei di distinguermi per ritrovarmi uguale e leggerei nel dolore, qualcosa che mi permette di sentirmi vivo.
Forse, piangerei le mie lacrime in una canzone e troverei rifugio tra le pagine di un fumetto, sentendomi come Bruce Wayne o Peter Parker in un disperato tentativo di difendere la mia identità segreta.
Forse, farei fatica a conciliare quell'esigenza di giustizia, con la mia incoerenza e i limiti e le fragilità di una stagione che per tutti è difficile.
Forse, ho semplicemente avuto un po' di fortuna e ho smesso di frequentare quella vecchia osteria, divenuta di colpo un bar in cui circolava la prima droga astigiana.
Forse non ero così differente dai miei compagni di gioco che, qualche anno più tardi, hanno conosciuto il carcere o sono morti in stato di ebbrezza, alla guida di una vettura che andava più veloce dei loro sogni.
Forse mi ha salvato la mia fede, per quanto generica e indeterminata, forse, sono uscito indenne da quegli anni terribili, perché qualcuno mi ha insegnato che potevo parlare di tutto quel che sentivo e vivevo, senza ottenere un giudizio come unica risposta.
Quando impari a comunicare, ti accorgi che anche la gioia e la serenità ti permettono di sentirti vivo.
Forse sarei stato un "Emo", forse avrei fatto parte di qualche altro gruppo di giovani: da qualche parte bisogna pur passare per raggiungere un uomo che, al di là di ogni immagine, impari a prendere confidenza con se stesso.
Una mia amica, anni fa, mi chiamava "shadow" e non aveva tutti i torti: ma anche le ombre, prima o poi, mettono a fuoco quell'essere interiore che, oggi come ieri, ha solo bisogno di tempo per definire se stesso e per imparare a pronunciare con convinzione il proprio nome.
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lunedì, 8 febbraio, 2010, 09:19
Emo come emozione, come emotivo. Emo come necessità e ricerca di un mondo emozionalmente ricco, ma anche emo come rischio di naufragare nell'ossessiva ricerca di contatto che fatica ad accettare la ripetitività di una vita in cui esiste anche la noia.
Chi sono gli emo? Difficile inquadrare questa realtà giovanile che nasce dalle ceneri del Punk e, almeno esteticamente, direi anche da quel che resta della musica e dei contenuti Dark degli ormai lontani 80.
Come in tutti i fenomeni giovanili, c'è un genere musicale che li contrassegna, ma non è semplice capire e interpretare correttamente la "emo-core" in quei filoni dell'Alternative rock, della musica Indie che, conosco troppo poco, per poter giudicare.
Se osservo il cantante dei Tokio Hotel, mi verrebbe naturale pensare che sia un emo, ma non è così e proprio per questa facilità di perdersi e confondersi, è meglio tacere e lasciare ad altri la parola.
Ieri sera, uno speciale del Tg Uno, ha trattato il tema in questione, ma purtroppo non sono riuscito a vederlo e mi riprometto di recuperare al più presto la puntata sul sito della Rai.
Chiedere non costa nulla e allora ci provo: qualcuno ha visto lo speciale?
Qualcuno ne sa qualcosa di più?
Vado oltre: i ragazzi dei gruppi giovanili ne sanno certamente molto più degli adulti, cosa ne pensano?
Hermione, Merfe e Silvia: avete voglia di invitarli su questa pagina per provare a sentire le loro opinioni in proposito?
Buona settimana a e buone emozioni a tutti!
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domenica, 7 febbraio, 2010, 08:32
Ok popolo del giorno, il vostro disk jockey (deejay per i più giovani) torna a giocare col piatto e lo fa senza effetti speciali, faticando ad accettare che qualcuno osi strusciare e mixare la magia di un 33 giri.
Parto con Trespass dei Genesis e con la perplessità di vedere un'unica traccia a occupare un'intera facciata del disco.
Dai Genesis non posso che andare in zona Peter Gabriel e sparare a volume insano "Intruder" che apre il suo terzo disco e sceglie di suonare senza l'ausilio dei piatti della batteria.
Torno in Italia e mi commuovo ascoltando "L'uomo dai capelli di ragazzo" che parla di folia con la poesia che il buon Simone Cristicchi non può non aver ascoltato e, subito dopo, ribadisco lo stesso tema con l'auto di De André che canta Spoon River in "Un matto".
Un volo pindarico e mi ritrovo nei pressi degli Stones che "alle giostre" intonano "Angie".
C'è musica per tutti, anche per gli amanti della classica e scelgo la Patetica di Tchaikovsky e il concerto n° 3 per piano di Rachmaninov.
Battisti non mi è mai piaciuto più di tanto, ma la sua "Macchina del tempo" mi ha fatto piangere in più d'una occasione.
Evito "Ad ogni costo" di Vasco Rossi e scelgo l'originale, "Creep", dei Radiohead non prima di aver dato il microfono a Bono per riascoltare "One".
"Novo mesto", di Niccolò Fabi è un disco splendido, ma lontano dalle logiche del mercato e molti, se lo sono perso. Qualcuno ha nominato la Pfm e, voglio ricordarla anch'io: quando ancora si chiamava Premiata Forneria Marconi e faceva parte del rock progressivo Italiano...chi non ricorda "Celebration"? E con loro metto anche il Banco del Mutuo Soccorso con "Io sono nato libero" e, le Orme di "Uomo di pezza".
La trasmissione giunge al termine per una semplice questione di tempo, ma quanta altra musica, nel cuore, continua a suonare così bene in quelle vecchie copertine stropicciate e tra i solchi rigati di quel vinile che non ti dimentichi più.
Buona domenica a tutti!
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sabato, 6 febbraio, 2010, 08:10
"Mi ricordo montagne verdi" e, la mia amica Daniela, un'amica d'infanzia che portava sul balcone un mangiadischi e ascoltava "Due delfini bianchi" di Piero e i Cottonfields. Suonava l'anno 1972 e la leggerezza dei testi andava di pari passo con l'illusione che il mondo (quello che non si è fermato mai un istante) sarebbe andato sempre meglio. I cantautori era ancora a me sconosciuti e mentre Drupi con voce roca intonava "Vado via", Baglioni "Agonia", rispondeva con la sua maglietta fina.
In realtà, alle canzoni più in voga, preferivo il Beat dei Rokes, di Mal dei Primitives e di una Patty Pravo ancora lontana dall'ostentazione della erre moscia.
I miei fratelli erano un passo oltre (più grandi ovviamente) e in casa si condivideva un giradischi in cui potevano suonare i Pink Floyd e subito dopo, Gianni Morandi.
Quando esplose "Bennato", allora, iniziai a dare retta anche alle parole e a pensare alla musica in termini di contenuti: quando scoprii "Storia di un impiegato" e "Non al denaro nè all'amore nè al cileo" consumai le tracce di quei 33 giri e un terzo: li ascolto ancora adesso quando mi punge vaghezza e nostalgia.
Riprendiamo il gioco interrotto ieri e "facciamo memoria" dei Long Playng o dei Cd che appartengono ai nostri 15-20 anni e per i quali, conserviamo gelosamente un affetto del tutto particolare.
Oltre ai due dischi di De André già citati, voglio ricordare in ordine sparso:
-Breakfast in America dei Supertramp che ho consumato nelle sue versioni cd, mc e ricomprato in cd
-Trapezio di Renato Zero per quel ritratto di artisti falliti che perdendo tutto si riscoprono umani
-La torre di Babele di Bennato per quella voglia di affermare che non è giusto
-Wish you where here dei Pink Floyd per quei suoni che oggi potranno far sorridere, ma allora...
-I Lupi di Ivan Graziani e quella voce stridula che suonava come una corda tirata un'ottava sopra e aggiunta alla chitarra
-Oltre la collina di Mia Martini che mi catturò con la sua copertina
-Bandaberté di Loredana Berté perchè talvolta il rock suonava anche in Italiano
-700 giorni di Ivano Fossati perchè mi ha fatto compagnia per qualche giorno in più.
Passo la parola, non prima di augurare a tutti un buon fine settimana che le previsioni danno col valore aggiunto di un po' di sole.
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venerdì, 5 febbraio, 2010, 08:26
Proprio in questi giorni l'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti celebra la giornata dello sbattezzo.
L'associazione invita chi si dichiara "non credente" o non appartenente, "di fatto", alla Chiesa Cattolica a inviare una raccomandata nella parrocchia in cui è stato celebrato il proprio Battesimo per richiedere un'annotazione sui registri parrocchiali che espliciti la propria scelta di non fare più parte della chiesa.
Tra le motivazioni che giustificano questa richiesta troviamo la coerenza, la scelta di mandare un segnale alle autorità ecclesiastiche, la rivendicazione della propria identità, la democrazia e altro ancora.
Il Battesimo, non può essere cancellato e, se anche un giorno la suddetta associazione riuscisse a "far oscurare l'atto" dai registri parrocchiali, la realtà non muterebbe di una sola virgola: un Sacramento che non presenta elementi d'invalidità non può essere annullato: possiamo smettere di considerarci figli di Dio, ma Dio non rinuncia ad essere nostro Padre.
Personalmente, devo dire che queste lettere (pochissime a dire il vero) mettono un po' di tristezza: sono scritte come la disdetta da una compagnia telefonica, con una freddezza che lascia senza parole.
In ogni caso, rispetto la volontà di chi le ha scritte e mi attiverò per soddisfare la loro richiesta. Anche in queste occasioni, la politica m'interessa poco e, anche se non capisco, prendo atto di una decisione che mi auguro matura e consapevole e non dettata a tavolino da uno dei tanti giochetti sempre più minuscoli di un potere che, ovunque, sembra essere uguale.
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