domenica, 28 febbraio, 2010, 08:39
La prossima volta non è domani, ma oggi e se stai cercando un momento più opportuno per giocare la tua carta e continui a passare la mano, la partita giungerà al suo termine e ti ritroverai con un carico inutile in mano.
Non è facile ignorare quella voce che suggerisce la rinuncia e l'attesa di un futuro che abbia le carte in regola e sia perfettamente in linea con le attese e i desideri che continui ad affidare al favore del calendario o dell'oroscopo.
La prossima volta chiede coraggio e volontà per credere che quanto hai visto nel tuo mondo interiore non è solo una chimera e, può realizzarsi, se scegli di muoverti adesso per rendere visibile e concreta la tua intuizione.
La differenza tra chi riesce a cambiare una piccola parte di mondo e chi passa, senza mutare una sola virgola della realtà, è la capacità di riconoscere un presente in cui il pensiero e l'azione non vivono come separati in una stessa casa.
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sabato, 27 febbraio, 2010, 09:12
Un nemico è solo un amico ancora sconosciuto. E' un volto che temo perché non mi è familiare, un abitudine che non capisco, un costume che nessuno mi ha mai spiegato, un uomo di cui interpreto l'apparenza e di cui ignoro la realtà più profonda.
Un nemico è qualcuno che le voci degli altri hanno dipinto come ostile e, quante volte ho scelto di non andare oltre, di non mettere a richio i miei sentimenti, di lasciare l'ultima parola alla paura.
Un nemico è, talvolta, un'azione disdicevole in cui ho ingabbiato una persona e ci sarebbe stato molto da leggere e molto da scrivere, se avessi osato andare oltre.
Un nemico è lo specchio in cui riconosco i miei difetti, le mie imperfezioni e non avendo fatto pace coi miei limiti, ho scelto che sia lui la mia guerra e la mia battaglia.
Un nemico è l'amico che mi ha tradito, è la memoria debole dei miei tradimenti che giudica severamente la mia stessa condotta.
Un nemico, forse quello più vero, è l'ego smisurato che pesa la vita degli altri in funzione delle proprie necessità e perde di vista il sorriso e il pianto che a tutti appartengono.
Non provo alcun onore per i nemici che mi sono fatto: spesso sono solo errori di percorso, traiettorie sbagliate di un viaggio che deve ancora imparare parecchio di quell'arte che trasforma il cuore in una casa e la strada in un luogo in cui è possibile incontrarsi.
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venerdì, 26 febbraio, 2010, 08:15
Videogiochi si, videogiochi no, videogiochi forse...possibilmente con qualche regola da rispettare.
E' facile sgranare gli occhi di fronte a una play o a un Ds: se torno ai miei 16 anni e provo a ricordare lo schermo nero con alcuni trattini bianchi e un segmento più piccolo a far da palla in quei primi tentativi di digitalizzazione ludica del calcio o dello squash, non posso che restare a occhi aperti di fronte alle produzioni più recenti che girano nelle moderne console.
Nel mercato videoludico c'è di tutto e di più e proprio per questo, è importante che i genitori imparino a scegliere e a distinguere quali titoli siano adatti ai ragazzi e quali invece è meglio evitare.
Gli sparatutto violenti e sanguinari, i corsi di addestramento per futuri delinquenti, ma anche alcuni platform particolarmente stressanti, richiedono la dovuta attenzione da parte degli adulti. Acquistare una console per i propri bambini è facile, assumersi la responsabilità di educarli a un uso corretto e qualitativo del mezzo è un'impresa, ma non è impossibile.
In Italia, sono circa 8 milioni i possessori di una console di videogiochi e quasi il triplo gli utenti che ne fanno uso...sarebbe davvero ora di non liquidare la questione con quattro moralismi e di provare a prendere quel che c'è di buono, imparando a distinguerlo dalla spazzatura bella e buona.
Ci sono avventue grafiche che stimolano la fantasia, giochi per apprendere una lingua o per sviluppare la capacità di calcolo, rompicapo piacevoli che mettono in moto l'intelligenza, quiz che permettono di apprendere informazioni utili.
E' difficile che un bambino o un ragazzo non vengano a contatto con la realtà dei videogiochi: se non capita a casa propria, avverrà nell'intervallo scolastico o a una delle tante feste di compleanno.
Possiamo chiudere gli occhi e assumere un atteggiamento iperprotettivo che li preservi da qualunque contatto con i videogiochi, o scegliere di imparare insieme a loro l'arte di una guida sicura e responsabile.
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giovedì, 25 febbraio, 2010, 08:18
Non sono pochi quelli che considerano il perdono come un optional della vita cristiana: da una parte c'è un Dio che "deve perdonare" e dall'altra, un uomo che vive la riconciliazione con i fratelli come un fatto straordinario.
Quante volte, un segno di pace, va a cercare la mano già amica e dimentica volutamente quella persona che renderebbe meno banale e più impegnativo quel gesto.
In altre occasioni, quello stesso segno di pace, rischia di diventare ipocrita: ti sorrido, ti concedo la mia mano, ma se mi guardi bene negli occhi puoi capire benissimo che tra me e te, ormai, c'è un abisso.
Si recita il Padre nostro come uno scioglilingua e là dove chiede che il perdono accordato da Dio raggiunga anche il fratello, si demanda ad altri quella responsabilità ch'è di tuttà la comunità cristiana.
Ti perdono, ma te la faccio pagare lo stesso.
Ti perdono, ma non voglio più avere niente a che fare con te.
Ti perdono, ma prima ti rendo con gli interessi quel che mi hai fatto.
Ti perdono, ma devi strisciare ai miei piedi.
Ti perdono, ma fra qualche anno.
Ti perdono, ma sparisci solo dalla mia vista.
Ti perdono, ma continuerò a dire peste e corna nei tuoi confronti.
Ti perdono, e la lista sarebbe lunga, con tutti i se e i ma disponibili per ogni situazione.
Se realmente credessimo al perdono di Dio, saremmo più consapevoli che le tante accuse che rivolgiamo agli altri, spesso ci appartengono e, proveremmo a osservare da un'altra prospettiva le offese che abbiamo subito.
Certo, risulta più facile accogliere il perdono di Dio e nello stesso tempo, continuare a puntare il dito: sarà anche illogico, ma così fan tutti...
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mercoledì, 24 febbraio, 2010, 08:23
Si può affrontare qualunque deserto, non è un'impresa impossibile per chi porta nel cuore la memoria dell'acqua e, crede con forza, che per ogni domanda esista una risposta. Possiamo leggere la nostra sete come un limite o interpretarla come un'occasione preziosa per risvegliare il desiderio che conduce alla fonte.
C'è chi si arrende alla fatica e conduce il proprio viaggio con lo sguardo rivolto ai propri piedi maledicendo le spine e i rovi e chi, almeno ogni tanto, osserva il mutare dei paesaggi e riesce a rallegrarsi della compagnia di quanti si stanno muovendo nella stessa direzione.
C'è la sterilità di un deserto in cui l'unico obiettivo è sopravvivere e c'è chi contempla la sabbia del proprio tempo come in una clessidra che racchiude il mare di un'eternità a venire.
Non siamo vuoti a rendere, siamo anime da arricchire che dispongono di un corpo capace di apprendere la misura di un dono che scompare quando cerchiamo di trattenere e, si moltiplica, quando decidiamo di offrire.
La sete ch'è dentro di noi sa bene che l'acqua non è solo pioggia e lacrime, ma un desiderio che ha mille ragioni per sostenere dignitosamente il proprio cammino.
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