venerdì, 5 marzo, 2010, 08:12
Sono ricco di un pallone nuovo che rimbalza al centro di una piazza: posso scegliere se sia più opportuno trattenerlo tra le mani per affermare la mia proprietà o di tirare un calcio per raggiungere un altro bambino che mi sta guardando.
Sono ricco di una seconda abitazione che può restare sfitta per decenni o rallegrarmi dei gerani sui balconi, delle tendine alle finestre e di una famiglia che potrà chiamare casa quel che per me è solo un bene tra i tanti.
Sono ricco di un'impresa che contempla unicamente il profitto e sceglierà di fallire nel momento più opportuno, o di un'azienda che continua a offrire posti di lavoro e risponde con precisione alle esigenze della propria clientela.
Sono ricco della mia cultura o della mia arte e autocompiacermi di me stesso, o conservare l'umiltà di chi riesce a trovare in ogni persona, in ogni situazione e in ogni cosa, qualcosa da imparare.
Sono ricco di qualcosa che ho ricevuto e non mi sono dato da solo: sono libero di decidere se restituire quel dono o di trattenerlo in una tasca come se fosse solo un peso.
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giovedì, 4 marzo, 2010, 09:42
Sono ricco del mio solo nome, puoi sorridere finché vuoi, ma nel Vangelo mi chiamo Lazzaro e la mia povertà è solo una condizione e non la mia identità.
E' strano che un uomo del tuo lignaggio, compaia in quella stessa pagina del Vangelo di Luca, in compagnia di una carta di credito, ma non di un nome.
Tu sei ricco: puoi sottolinearlo con le tue proprietà, con le tue case, con le tue imprese, eppure, resti solo un uomo facoltoso, nulla di più.
Sono ricco del mio nome e, resto protetto dal seno di Abramo, dall'ombra dell'Altissimo che vorrebbe ricordati la dignità che mi hai negato.
Ti è così difficile considerarmi una persona, sei convinto che continuerò ad essere in eterno uno dei tanti strumenti della tua vita, un servo pronto a rispondere a ogni tuo desiderio e ordine.
C'è un baratro tra la mia e la tua situazione e, nè il povero Lazzaro, nè Abramo possono aiutarti a superarlo...
Puoi farlo solo tu, ma devi imparare a guardarmi in faccia e a riconoscere che il mio volto è quello di un uomo che non puoi permetterti di disprezzare giudicando il mio abito e il vuoto delle mie tasche. Dovresti considerare quel vuoto più preoccupante che avvolge la tua anima, quel niente che ti porta ad accumulare la gioia effimera di una materia priva di ogni significato.
Sei decisamente più fortunato del ricco della parabola: per te e per me, qualcuno è già tornato dalle ombre per suggerirti che la vita è qualcosa di più grande del tuo corpo e dei mezzi di cui disponi.
C'è una Parola che può rivelarti il mio nome e, soprattutto, può restituirti il tuo.
Se consideri le tue ricchezze come un'opportunità di dono, non sei così lontano da quel salto che risulta impossibile agli uomini, ma non a Dio.
Questo tempo di Quaresima è un tempo opportuno per provare e riprovare quella misura che può essere superata, ogni volta che nel tuo cuore e nella tua mente, le maschere del povero e del ricco lasciano spazio a una fraternità possibile.
Per una maggiore comprensione riporto la pagina del Vangelo odierno
Lc 16, 19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
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mercoledì, 3 marzo, 2010, 08:16
Me la canto e me la suono da suono da solo, perché è così se mi piace ed è così anche se non mi va.
In pratica, questo sito non può più contare su nessuno e sta diventando un po' troppo a mia immagine e somiglianza.
Non avevo nessuna intenzione di creare un sito personale, ma senza contributi esterni l'unica firma che leggo è la mia.
E' così difficile scrivere un articolo per segnalare anche agli altri quel che si fa a catechismo, nei gruppi giovanili, in oratorio, nel gruppo famiglie?
Sembra proprio di si, perché le rare volte che appare un articolo non mio, non è certo un fatto spontaneo...
Interessa ancora a qualcuno l'idea di un sito parrocchiale?
Se questo indirizzo web è solo un giocattolo per far contento il parroco, allora, ne possiamo fare anche a meno.
Chiedo scusa ai lontani, a quelli che in questi mesi hanno comunque offerto la loro opinione, e hanno accettato di esporsi e di condividere le loro idee e le loro opinioni: non sono indirizzate a loro queste parole.
Non ho più alcuna voglia di cantarmela e di suonarmela da solo.
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martedì, 2 marzo, 2010, 08:27
Ci vuole una città vecchia per riuscire a leggerti su un muro e scoprire quanto sia difficile scolpirti su un muro e offrirti un indirizzo.
Non è un caso ritrovarti in un vicolo stretto e non in un viale alberato o in un corso illuminato...sembra che sia sempre stato difficile assegnarti un posto nella città degli uomini.
Sei un concetto interessante, un termine che suona bene in bocca, un'idea affascinante, ma talvolta, diventi fastidiosa e scomoda, poco conveniente e difficilmente accomodante.
Qualcuno vorrebbe farti spazio nei parlamenti e nei mercati, nelle dichiarazioni dei redditi e nei concorsi pubblici, negli appalti e addirittura nei tornei di calcio, ma credimi, non sono situazioni in cui ti troveresti a tuo agio. Il tuo spazio vitale è altrove: in un testo di etica, in una poesia recitata sulla sedia da un bambino che non sa bene quel che dice, tra le immagini di un film che scorre tranquillo verso il suo lieto fine.
Cerca di accontrentarti! Un vicolo è comunque un buon punto di partenza e, di tanto in tanto, qualcuno decide di percorrerlo ignorando la derisione di chi frequenta le vetrine di una via che un tempo chiamavamo "maestra".
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lunedì, 1 marzo, 2010, 08:23
Giona è il mio nome e sarei profeta, ma vorrei scegliere da solo il contenuto del mio annuncio e, sono alquanto indispettito da un Dio che si lascia commuovere dalla sorte dei Niniviti e non traduce in sventura la minaccia a cui ho dato voce.
Giona è il mio nome e ho deciso di prendere la via del mare, di allontanarmi da un amore che non riesco a capire, perchè il mio concetto personale di giustizia non contempla l'incognita della misericordia.
Giona è il mio nome e continuo a dormire mentre la tempesta mette a dura prova la sorte di questa nave che invoca ogni dio senza trovare quiete.
Giona è il mio nome e la sorte ha estratto il mio nome e dichiarato la mia colpa, mentre i flutti mi avvolgono e una balena m'inghiotte così simile al ventre che mi ha generato.
Giona è il mio nome mentre l'oceano mi restituisce alla terra e sono costretto a ritornare sui miei passi; a malavoglia predico la distruzione imminente e quel che c'è di peggio, mi prendono sul serio, si cospargono il capo di cenere e vanno in giro indossando sacchi.
Giona è il mio nome e detesto il mio successo, meglio sarebbe stato un fallimento e un bel fuoco ad avvolgere ogni Ninive dell'umana cattiveria.
Giona è il mio nome e vado ancora ramingo e depresso. Scelgo una pianta qualunque e mi difendo dal sole e dall'arsura mentre invoco la morte e, mi chiedo, perchè quel Dio in cui credo sia così molle e risparmi la vita di chi non merita il respiro.
Giona è il mio nome e anche il ricino mi deride e secca lasciandomi nudo di fronte a un'insopportabile luce.
Giona è il mio nome e continuo a recriminare rifiuntandomi di ascoltare un Padre che mi spiega che cosa significhi voler bene ai propri figli.
Giona è il mio nome e, continuerò a vagare inutilmente, sino al giorno in cui riuscirò a pronunciare quella Parola per la Ninive che mi porto dentro.
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